Bikepacking Rigs | Veneto Trail 2018

Con che bici posso partecipare al Veneto Trail? Cosa mi porto dietro? 

Ecco un po di spunti dalle configurazioni dei partecipanti della scorsa edizione!

Abbiamo scattato qualche fotografia alle bici e alle borse dei partecipanti del Veneto Trail 2018, come vedrete non esiste la configurazione perfetta e se ne vedono di tutti i tipi. 

C’è chi porta troppo poco, forse, c’è chi porta troppo … ognuno ha i suoi ritmi e le sue cose “essenziali”. L’importante è divertirsi e vivere a pieno questa magnifica avventura.































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Il Foto-Racconto di Robert

Robert Krügel ha partecipato al del Veneto Trail 2018 e ci ha inviato una bella serie di fotografie, qualche scorcio insolito di zone dove i nostri fotografi non erano presenti


























Ecco Robert in azione…

Per vedere altre foto di Robert, che partecipa spesso a diversi eventi di bikepacking, dai un occhiata al suo Flickr qui

Il Mio Veneto Trail

Caterina Borgato ci racconta la sua avventura

L’itinerario del Veneto Trail mi piacque subito: un “viaggio” dalla pianura padovana fino alle Dolomiti bellunesi, pedalando in Valsugana, nelle valli di Agordo, del torrente Boite, del Cadore, di Auronzo, della Piave, sulle Vette Feltrine, nella valle di Longarone, sulle Pianezze e sui Colli Asolani.

Mi piaceva da sempre tutto quello che di bellissimo condensa lo “spirito trail” in sella: un’avventura senza tempo limite da vivere in autonomia e autosufficienza, seguendo, senza modificarlo o tagliarlo, un tracciato uguale per tutti i partecipanti; mi piaceva la libertà con la quale poter gestire una comune uguaglianza: percorrere la stessa distanza per intero, dall’inizio alla fine. Uniche regole non scritte da rispettare: correttezza e buon senso.



Mi iscrissi a febbraio, senza pensare mai ai chilometri totali da percorrere né al dislivello positivo da superare: unico desiderio, poter pedalare le strade e i sentieri del trail nella terra in cui vivo. Non avevo mai partecipato a “ultramarathonbike” di nessun tipo, avevo esperienze di lunghe traversate a piedi e in bici, di trail a piedi anche impegnativi e di dislivelli importanti, ma nessun allenamento specifico in sella, solo tante ore e tanti, tantissimi chilometri di nordic walking dinamico in pianura e in montagna, tanta salita e tanto off road sui pedali con la bici carica solo dopo aver deciso di partecipare a questa avventura. Ho sempre avuto un ottimo rapporto con la fatica e con la resistenza, con gli umani limiti che possono avere le persone “normali”: un caterpillar che necessita di delicata manutenzione!

Ad inizio 2015 avevo acquistato una Salsa Mukluk e l’idea era di partecipare al trail con la fat che durante l’inverno mi aveva dato belle soddisfazioni sulla neve, sulla sabbia e lungo il letto sassoso e le rive selvagge del nostro sacro fiume; un tardo pomeriggio di inizio maggio tutto cambiò quando sentii: “Kathy, ti ho fatto montare una Fargo”…la scelta della bici con cui pedalare il Veneto Trail divenne inequivocabile e la “mia” Fargo, color del deserto e della polvere, “LA BICICLETTA” come dice Marco Yoda, da quel momento è diventata inseparabile, fantastica compagna di ogni uscita per abituarmi a stare in sella tante ore, di giorno e di notte, su sterrato in salita e discesa, sempre carica come sarebbe stato durante il trail, spingendola nei tratti in salita più duri…il “cicloalpinismo” di Ausilia e Sebastiano.



Per me era finito presto, e durato davvero poco, il tempo del viaggio  con borse laterali: se guardo video e immagini mi sembra la preistoria!! Dopo l’esperienza della traversata del deserto della Dancalia etiopica in autonomia, senza nessun dubbio il bikepacking è diventato il modo di viaggiare in bicicletta che mi assomiglia di più e che anche in un trail offre la possibilità di capire quanto sia difficile essere davvero “leggeri”, non solo per il materiale con cui sono costruiti  telaio e componenti.

Non ho chiesto a nessuno né preso ad esempio uno dei tanti elenchi di materiale pubblicati sui social dai guru delle pedivelle: ho preparato e messo nelle borse quello che mi sembrava logico; poche ore prima della partenza, un commento di Stefano Mantegazza alla fotografia della mia bicicletta: “troppa roba vai leggera ci si porta via sempre troppa roba….!”, mi ha confermato che, nonostante da una vita sia abituata a fare e disfare sacche da viaggio e zaini e borse, devo ancora imparare molto sul significato di “essenzialità”…nel cuore della notte ho aperto le borse già fissate sulla bici caricata in macchina per riuscire a togliere solo poche cose…la zavorra, quella vera, è altra cosa.



E’ fantastico sentire, dopo ogni uscita e lungo il trail, come la bicicletta diventi la casa di quei giorni, ogni cosa in un posto preciso nelle borse, sempre lo stesso, un po’ come nella dispensa, nell’armadio o nei cassetti, o come una piccola tenda durante un lungo viaggio itinerante a piedi…in pochissimo spazio le cose trovano sempre la loro precisa collocazione. Alla fine con la bicicletta si parla…”dai ragazza, dai che ce la facciamo!!”.

Sabato 27 giugno siamo in 64, alla partenza, sei le donne; le biciclette sono soprattutto mountain bike di tutti i tipi, due fat , due 29 +, due fat 27,5, cinque Fargo, tutti in bikepacking. Alle 8:30 partiamo tutti insieme, il gruppo rimane unito fino a che l’auto della Polizia Municipale in testa si ferma, poi…le pedivelle si scatenano. Pedalata dopo pedalata, una continua immersione nella meraviglia e nella bellezza della mia terra, di quella parte poco conosciuta e sconosciuta, isolata, raggiungibile solo con un po’ di fatica, dove c’è ancora, soprattutto, silenzio e poco cemento. Valsugana, fiume Brenta, Lago di Corlo, Lago del Mis, da capannoni del “Veneto che produce”, pianura operosa e meccanizzata e campi infiniti coltivati a cereali, a pendii dove il fieno appena tagliato e lasciato seccare profuma di fiori, dove esiste ancora la faticosa e coraggiosa vita delle valli minori e isolate.



Si sale…primo picco del profilo altimetrico è Forcella Franche; discesa nel bosco con lampi, tuoni e pioggia nella riserva naturale di Val Imperina …Agordo, Cencenighe, Alleghe; arrivo che è quasi buio…una pasta in compagnia di Cristian Amoroso, Paolo Spagnolo, Paolo Bertelli, Piero Moresco e Giuliano Zenier. Riparto verso il passo Giau con pioggia leggera. La notte è splendente di stelle tremolanti e così luminose che sarebbero bastate a far luce anche senza luna. Pedalo i tornanti del passo Giau senza il rumore infernale e la puzza dello scarico delle motociclette. Un sonno fotonico, improvviso, mi capotta, scendo dalla bicicletta e spingo per un po’, pedalo ancora e sento che devo fermarmi per chiudere gli occhi: riposo dieci minuti appoggiata al muretto di un tornante.

E’ l’una passata del mattino, provo a contare da quante ore sto pedalando, ma non ci riesco. Mi era già capitato durante una notturna in riva al mare di crollare di sonno e di avere allucinazioni: un breve pisolino quella volta aveva risolto il problema. Dopo 29 tornanti e non 23 come ricordavo, arrivo al passo con l’idea folle di fermarmi a dormire in quota, sapendo che non avrei trovato nulla di aperto dove ripararmi e confidando nella capacità di scaldare del sacco piuma. La sensazione del vento freddo, amplificata sicuramente dalla stanchezza, mi fa rallentare ogni azione. Scendo in sella senza riuscire a fermare il convulso, seguendo i compagni di salita che ho trovato tutti riuniti al passo. Arrivo a Cortina alle tre del mattino di domenica; stanno ancora arrivando i tenaci corridori della Lavaredo Ultra Trail. Uno di loro offre ospitalità a me , Piero e Giuliano per qualche ora di sonno.



Guardo le “mie” signore montagne e riprendo la traccia, tardi per affrontare la salita verso le Tre Cime: cielo tibetano, sole splendente e tanto caldo; Cimabanche, lago di Misurina, lago d’Antorno, tornanti, tornanti, si sale sempre…le Tre Cime, immense, bellissime, una terrazza sull’infinito, di domenica troppo affollate e rumorose; scendo per la variante proposta nel regolamento, il sentiero 104, strepitoso, lo conosco, so che sarei scesa di corsa, spingendo la bici, ma non in sella, come avevo già fatto con la Fargo!! Discesa, discesa…Auronzo, Calalzo, Longarone, su pista ciclabile, strade quasi abbandonate e immersi nella natura silenziosa. A Farra d’Alpago mi fermo: sono le 21:30 di domenica, non raggiungo Belluno come speravo.

Inizia un lunedì infinito: Belluno, Mel, Lentiai da dove parte la dura e straordinaria salita a Malga Mariech, l’ ultima scheggia impazzita del grafico altimetrico…la ricorderò per tutta la vita. Bosco fresco di faggi e carpini, valli selvagge e disabitate, fienili abbandonati, mucche al pascolo, odore di erba e odore di terra.



Dalla malga guardo la pianura coperta di foschia, la Piave, il suo corso imponente e articolato, come una ferita, una sezione del sistema circolatorio della Terra, il bianco accecante dei suoi sassi rotondi e secchi, il brillio dell’acqua limpida che scorre nel suo letto, poca, in un alveo così grande…mi rinfresca pensare alla leggenda delle “anguane”, le bellissime creature mitologiche che abitano le sue rive, mezze donne, mezze pesce: sono creature magiche, nessun uomo riesce a resistere al loro fascino profondo e al loro canto…un po’ come quello delle sirene di Ulisse. Dalle Pianezze una discesa sul percorso di downhill, poi continuo fedelmente la traccia seguendo un single trek pedalabile dentro un bosco fitto fitto…discesa faticosa per le pastiglie e i dischi dei freni della bicicletta, ma strepitosa per l’ambiente fino a Valdobbiadene; poi rigogliosi vigneti, prati, strade bianche e asfalto poco mantenuto.



Mancano solo le salite familiari dei Colli Asolani; mentre riempio la borraccia ad una fontana ascolto gambe, cuore e testa: sto bene e sento la leggerezza della felicità, la “ zavorra” con cui ero partita, mattone dopo mattone, è uscita chilometro dopo chilometro, dallo zaino bucato che avevo sulla schiena.

Veneto Trail 2015

Passolento ci racconta il suo Veneto Trail 2015

Alla partenza di sabato 27, si inizia a vedere qualche faccia nota. E’ il segno che il movimento delle ultra-marathon italiane in autosufficienza sta prendendo piede. Sono quasi sollevato del fatto che non sono l’unico matto a giocarsi tutto il tempo libero per correre con una bicicletta pesantissima, senza lavarmi, dormendo sotto i ponti e … divertendomi come un bambino.



Siamo al via della prima edizione del Veneto Trail, evento bikepacking organizzato da Roberto Polato, anche lui fulminato sulla via delle strade polverose. Siamo in 60 iscritti all’edizione del 2015 ed il parterre è dei più agguerriti. Alla partenza riconosco qualche razzo dell’ultimo Tuscany Trail, c’è anche Giuliana Massarotto, campionessa italiana di 24 ore che, infatti, brucerà il percorso in sole 36 ore. Complimenti!

Ma torniamo a noi mortali. L’atmosfera della sera prima è molto rilassata, ospiti dell’organizzazione, abbondiamo nelle libagioni al punto che molti di noi, per godere del fresco serale, passeranno la notte a dormire sotto le stelle.

Ma alla partenza è tutta un’altra cosa. Il via vede la maggior parte dei partecipanti scattare come razzi lungo il tracciato. La presenza di una scorta di tutori dell’ordine contribuisce a tenere sotto controllo la velocità iniziale, ma, in prossimità di Cittadella, finiscono i controlli ed il gruppo si scatena lungo gli argini del fiume. Il ponte di Bassano vede sfrecciare molti di noi in mezzo a turisti attoniti. Altri decidono per una più salutare sosta in gelateria! Gli eventi di questo tipo si corrono anche così. Puoi metterci 30 ore come 5 giorni, l’importante è che ti diverti e nessuno farà caso a come te la giochi.



La prima parte del tracciato è molto filante, la media, per chi vuole, si mantiene alta. Io mi ritrovo a pedalare con Davide, compagno di avventura nel Tuscany dello scorso anno. I gruppetti si formano e si sfasciano nell’arco di pochi chilometri.
Ben presto s’incontrano le prime colline, inizia il saliscendi su asfalto e su misto. Il caldo si fa sentire e le numerose fontane sono sempre molto gradite.

A Sospirolo si inizia a salire, dopo forcella Franche, una bella discesa tecnica impegna non poco chi scende, carico di borse. Penso alla mia fullona.

Le previsioni danno qualche possibilità di temporale nel pomeriggio. Personalmente ho avuto la fortuna di vedere parte della pioggia da sotto la tenda di un bar di Agordo, ma molti se la son presa tutta. Comunque tocca arrivare ad Alleghe, ed allora si tira fuori il competo antipioggia e si pedala lo stesso. Dopo Alleghe si costeggia per un po’ il fiume, ma poi si inizia a salire di nuovo. Santa Cristina di Cadore: sono le 21.00 e sono arrivato a quella che era il mio primo traguardo di giornata. Pioviccica, sono stanco e vorrei fermarmi ma … ma Passo Giau è proprio lì sopra. Con Davide si decide di proseguire. La luna fa capolino tra le nubi ed io presto salgo in solitaria.

Tredici ore in sella con pochissime soste si fanno sentire e la salita al Giau mi tira fuori l’anima, ma dopo due ore sono in cima. A valle mi avevano detto che i rifugi sarebbero stati aperti. Ma adesso tutto è buio. L’unica luce amica è quella del ristorante poco prima del passo. Ci guardano entrare come fossimo alieni, ma siamo fortunati, rimediamo una birra, un pasto caldo ed un magazzino dove passare la notte al coperto. Un lusso troppo raro da poter rifiutare. 176 km e 4.400 metri di dislivello possono bastare per oggi.



All’alba si riparte, molti ci hanno preceduto e qualcuno è passato per il Passo Giau, durante la notte. Tantissimo rispetto per loro! La vista del passo vale la sosta serale così come la discesa per i boschi fino a Cortina. Un’abbondante colazione e si riparte lungo la ciclabile realizzata sul tracciato della vecchia ferrovia che arriva a Dobiaco. Il lago di Misurina risplende placido nel sole ma dietro di lui i primi contrafforti della strada per il rifugio Auronzo stanno acquattati al sole come un gatto in attesa del topo!

Arrivare in cima a quella maledetta strada è stato un calvario. Maledetta per le pendenze, il caldo che saliva dall’asfalto, il fumo degli scarichi delle auto ed il rombo delle moto. Ma che spettacolo! Arrivi in cima al mondo ed intorno a te alcune delle più belle cime delle Dolomiti. Solo questa fatica merita il viaggio. E poi, ora, posso dire di averla fatta in bici.

Ma non c’è tempo per crogiolarsi al sole, il sentiero per il vallone che porta al lago di Auronzo è troppo tecnico per prenderlo sotto gamba. Immensa ammirazione per chi, mi dicono, l’ha fatto col buio. Io, personalmente mi sono divertito come un pupo.

Via, via, il lago di Auronzo sfreccia al nostro fianco e noi giù per la statale a zigzagare tra le macchine del rientro domenicale.

Prendo parecchi accidenti dagli automobilisti che quasi sfioro con la mia bici ma per fortuna dura poco. Mangio il gelato in fondo alla valle ma vedo sopraggiungere un altro gruppo, ci sono Paolo e l’atro ragazzo bolognese che ieri hanno pedalato con noi. Ed allora via a perdifiato a girare il lago di Santa Croce. Giusto il tempo di fare un po’ gli sbruffoni con i motociclisti incrociati nella sosta serale davanti ad una pizza (ma cosa ci si può aspettare da un romano ed un pisano che girano assieme?).

Oggi abbiamo fatto più chilometri noi, e non abbiamo ancora finito di pedalare. La notte la si passa tranquilla nella casetta dei sette nani in un parco giochi dopo Belluno. Oramai i parchi gioco, con castelli, casette e scivoli, sono diventati un porto sicuro nelle mie scorribande.

La mattina del terzo giorno si riparte presto. L’animo è sollevato dalla previsione dei pochi chilometri che ci separano dalla fine. Che sono 110 chilometri. Si unisce a noi Pasquale.

L’euforia per il prossimo arrivo scema velocemente quando a Lentiai la strada volta bruscamente a sinistra ed inizia l’ultima salita al Passo Mariech. …. chilometri di salita brutale, di quelle che non ti aspetti. Lunga, non finisce mai. Quasi non hai il coraggio di levare gli occhi dalla ruota anteriore mentre sali e sali ancora. Ed invece il paesaggio che hai attorno è sensazionale, si passano colline, boschi, piccoli borghi montani. E poi ancora più su i pascoli.



Tocca fermarsi, prendere fiato e riempirsi gli occhi di quello che ti attornia. Quando il pastore mi indica la malga in cima alla montagna mi sembe che la fatica non ci sia più. Salgo sui pedali e mi sparo l’ultima cementata. Arrivo in cima, quasi bacio per terra. Ma poi scopro che questa è Malga Garda, mentre la fine della salita è ancora più su. Ed allora altra fatica altro sudore.

Ma tutto è ripagato dalla meraviglie alimentari che trovo quando arrivo infine a Malga Mariech. Tiramisù con latte di malga, strudel, torta di ricotta e poi acqua e quant’altro il mio corpo riesce ad assimilare per riprendermi da tanta fatica. Mangio come se non ci fosse un domani. Il bello di tutte queste ore a faticare è anche rimpinzarsi di bombe caloriche. Poi domani a casa torno a regime.

Un lungo tuffo verso la pianura ci fa affrontare l’ultima divertente discesa. Poi il Piave, le colline del prosecco, Asolo e gli ultimi chilometri di ciclabile fino all’arrivo. Ma tutto passa più veloce di quanto dovrebbe essere. Troppi bar, troppe gelaterie sono lasciate indietro. Troppi bicchieri di vino non sono stati bevuti in compagnia.



C’è solo la voglia di arrivare, lanciati verso gli ultimi chilometri. Ma tanto lo sappiamo come vanno queste cose, puoi fermarti a fare foto od a conoscere gente, oppure puoi correre a perdifiato. Ognuno se la gioca come vuole.

Intanto ci si congratula con chi si incontra all’arrivo, si beve una birra e ci si fanno le fotografie di rito. Si confrontano i dati: 459 km per 9.400 metri di dislivello in 57 ore. Per le mie capacità posso essere soddisfatto.

Purtroppo domattina presto devo essere al lavoro e mi godo poco l’euforia dell’arrivo. C’è giusto il tempo di salutare gli amici e caricare le bici in macchia,

Ma tra una settimana saremo da un’altra parte per ricominciare a pedalare giorno e notte.


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