Caterina Borgato ci racconta la sua avventura

L’itinerario del Veneto Trail mi piacque subito: un “viaggio” dalla pianura padovana fino alle Dolomiti bellunesi, pedalando in Valsugana, nelle valli di Agordo, del torrente Boite, del Cadore, di Auronzo, della Piave, sulle Vette Feltrine, nella valle di Longarone, sulle Pianezze e sui Colli Asolani.

Mi piaceva da sempre tutto quello che di bellissimo condensa lo “spirito trail” in sella: un’avventura senza tempo limite da vivere in autonomia e autosufficienza, seguendo, senza modificarlo o tagliarlo, un tracciato uguale per tutti i partecipanti; mi piaceva la libertà con la quale poter gestire una comune uguaglianza: percorrere la stessa distanza per intero, dall’inizio alla fine. Uniche regole non scritte da rispettare: correttezza e buon senso.



Mi iscrissi a febbraio, senza pensare mai ai chilometri totali da percorrere né al dislivello positivo da superare: unico desiderio, poter pedalare le strade e i sentieri del trail nella terra in cui vivo. Non avevo mai partecipato a “ultramarathonbike” di nessun tipo, avevo esperienze di lunghe traversate a piedi e in bici, di trail a piedi anche impegnativi e di dislivelli importanti, ma nessun allenamento specifico in sella, solo tante ore e tanti, tantissimi chilometri di nordic walking dinamico in pianura e in montagna, tanta salita e tanto off road sui pedali con la bici carica solo dopo aver deciso di partecipare a questa avventura. Ho sempre avuto un ottimo rapporto con la fatica e con la resistenza, con gli umani limiti che possono avere le persone “normali”: un caterpillar che necessita di delicata manutenzione!

Ad inizio 2015 avevo acquistato una Salsa Mukluk e l’idea era di partecipare al trail con la fat che durante l’inverno mi aveva dato belle soddisfazioni sulla neve, sulla sabbia e lungo il letto sassoso e le rive selvagge del nostro sacro fiume; un tardo pomeriggio di inizio maggio tutto cambiò quando sentii: “Kathy, ti ho fatto montare una Fargo”…la scelta della bici con cui pedalare il Veneto Trail divenne inequivocabile e la “mia” Fargo, color del deserto e della polvere, “LA BICICLETTA” come dice Marco Yoda, da quel momento è diventata inseparabile, fantastica compagna di ogni uscita per abituarmi a stare in sella tante ore, di giorno e di notte, su sterrato in salita e discesa, sempre carica come sarebbe stato durante il trail, spingendola nei tratti in salita più duri…il “cicloalpinismo” di Ausilia e Sebastiano.



Per me era finito presto, e durato davvero poco, il tempo del viaggio  con borse laterali: se guardo video e immagini mi sembra la preistoria!! Dopo l’esperienza della traversata del deserto della Dancalia etiopica in autonomia, senza nessun dubbio il bikepacking è diventato il modo di viaggiare in bicicletta che mi assomiglia di più e che anche in un trail offre la possibilità di capire quanto sia difficile essere davvero “leggeri”, non solo per il materiale con cui sono costruiti  telaio e componenti.

Non ho chiesto a nessuno né preso ad esempio uno dei tanti elenchi di materiale pubblicati sui social dai guru delle pedivelle: ho preparato e messo nelle borse quello che mi sembrava logico; poche ore prima della partenza, un commento di Stefano Mantegazza alla fotografia della mia bicicletta: “troppa roba vai leggera ci si porta via sempre troppa roba….!”, mi ha confermato che, nonostante da una vita sia abituata a fare e disfare sacche da viaggio e zaini e borse, devo ancora imparare molto sul significato di “essenzialità”…nel cuore della notte ho aperto le borse già fissate sulla bici caricata in macchina per riuscire a togliere solo poche cose…la zavorra, quella vera, è altra cosa.



E’ fantastico sentire, dopo ogni uscita e lungo il trail, come la bicicletta diventi la casa di quei giorni, ogni cosa in un posto preciso nelle borse, sempre lo stesso, un po’ come nella dispensa, nell’armadio o nei cassetti, o come una piccola tenda durante un lungo viaggio itinerante a piedi…in pochissimo spazio le cose trovano sempre la loro precisa collocazione. Alla fine con la bicicletta si parla…”dai ragazza, dai che ce la facciamo!!”.

Sabato 27 giugno siamo in 64, alla partenza, sei le donne; le biciclette sono soprattutto mountain bike di tutti i tipi, due fat , due 29 +, due fat 27,5, cinque Fargo, tutti in bikepacking. Alle 8:30 partiamo tutti insieme, il gruppo rimane unito fino a che l’auto della Polizia Municipale in testa si ferma, poi…le pedivelle si scatenano. Pedalata dopo pedalata, una continua immersione nella meraviglia e nella bellezza della mia terra, di quella parte poco conosciuta e sconosciuta, isolata, raggiungibile solo con un po’ di fatica, dove c’è ancora, soprattutto, silenzio e poco cemento. Valsugana, fiume Brenta, Lago di Corlo, Lago del Mis, da capannoni del “Veneto che produce”, pianura operosa e meccanizzata e campi infiniti coltivati a cereali, a pendii dove il fieno appena tagliato e lasciato seccare profuma di fiori, dove esiste ancora la faticosa e coraggiosa vita delle valli minori e isolate.



Si sale…primo picco del profilo altimetrico è Forcella Franche; discesa nel bosco con lampi, tuoni e pioggia nella riserva naturale di Val Imperina …Agordo, Cencenighe, Alleghe; arrivo che è quasi buio…una pasta in compagnia di Cristian Amoroso, Paolo Spagnolo, Paolo Bertelli, Piero Moresco e Giuliano Zenier. Riparto verso il passo Giau con pioggia leggera. La notte è splendente di stelle tremolanti e così luminose che sarebbero bastate a far luce anche senza luna. Pedalo i tornanti del passo Giau senza il rumore infernale e la puzza dello scarico delle motociclette. Un sonno fotonico, improvviso, mi capotta, scendo dalla bicicletta e spingo per un po’, pedalo ancora e sento che devo fermarmi per chiudere gli occhi: riposo dieci minuti appoggiata al muretto di un tornante.

E’ l’una passata del mattino, provo a contare da quante ore sto pedalando, ma non ci riesco. Mi era già capitato durante una notturna in riva al mare di crollare di sonno e di avere allucinazioni: un breve pisolino quella volta aveva risolto il problema. Dopo 29 tornanti e non 23 come ricordavo, arrivo al passo con l’idea folle di fermarmi a dormire in quota, sapendo che non avrei trovato nulla di aperto dove ripararmi e confidando nella capacità di scaldare del sacco piuma. La sensazione del vento freddo, amplificata sicuramente dalla stanchezza, mi fa rallentare ogni azione. Scendo in sella senza riuscire a fermare il convulso, seguendo i compagni di salita che ho trovato tutti riuniti al passo. Arrivo a Cortina alle tre del mattino di domenica; stanno ancora arrivando i tenaci corridori della Lavaredo Ultra Trail. Uno di loro offre ospitalità a me , Piero e Giuliano per qualche ora di sonno.



Guardo le “mie” signore montagne e riprendo la traccia, tardi per affrontare la salita verso le Tre Cime: cielo tibetano, sole splendente e tanto caldo; Cimabanche, lago di Misurina, lago d’Antorno, tornanti, tornanti, si sale sempre…le Tre Cime, immense, bellissime, una terrazza sull’infinito, di domenica troppo affollate e rumorose; scendo per la variante proposta nel regolamento, il sentiero 104, strepitoso, lo conosco, so che sarei scesa di corsa, spingendo la bici, ma non in sella, come avevo già fatto con la Fargo!! Discesa, discesa…Auronzo, Calalzo, Longarone, su pista ciclabile, strade quasi abbandonate e immersi nella natura silenziosa. A Farra d’Alpago mi fermo: sono le 21:30 di domenica, non raggiungo Belluno come speravo.

Inizia un lunedì infinito: Belluno, Mel, Lentiai da dove parte la dura e straordinaria salita a Malga Mariech, l’ ultima scheggia impazzita del grafico altimetrico…la ricorderò per tutta la vita. Bosco fresco di faggi e carpini, valli selvagge e disabitate, fienili abbandonati, mucche al pascolo, odore di erba e odore di terra.



Dalla malga guardo la pianura coperta di foschia, la Piave, il suo corso imponente e articolato, come una ferita, una sezione del sistema circolatorio della Terra, il bianco accecante dei suoi sassi rotondi e secchi, il brillio dell’acqua limpida che scorre nel suo letto, poca, in un alveo così grande…mi rinfresca pensare alla leggenda delle “anguane”, le bellissime creature mitologiche che abitano le sue rive, mezze donne, mezze pesce: sono creature magiche, nessun uomo riesce a resistere al loro fascino profondo e al loro canto…un po’ come quello delle sirene di Ulisse. Dalle Pianezze una discesa sul percorso di downhill, poi continuo fedelmente la traccia seguendo un single trek pedalabile dentro un bosco fitto fitto…discesa faticosa per le pastiglie e i dischi dei freni della bicicletta, ma strepitosa per l’ambiente fino a Valdobbiadene; poi rigogliosi vigneti, prati, strade bianche e asfalto poco mantenuto.



Mancano solo le salite familiari dei Colli Asolani; mentre riempio la borraccia ad una fontana ascolto gambe, cuore e testa: sto bene e sento la leggerezza della felicità, la “ zavorra” con cui ero partita, mattone dopo mattone, è uscita chilometro dopo chilometro, dallo zaino bucato che avevo sulla schiena.

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